VERSO UNA TEORIA DELLA MOTIVAZIONE: Le origini della motivazione ed il suo significato

 
La conoscenza dei processi motivazionali costituisce una delle problematiche fondamentali sia nell’ambito della gestione delle risorse umane, sia, in modo più esteso, nella comprensione dei comportamenti di natura organizzativa. I quesiti che più frequentemente vengono posti da questo settore disciplinare si possono condensare in una generica domanda del tipo “perché la gente fa quel che fa?”. La prima risposta che viene in mente è che il comportamento umano è guidato da scopi, ossia ci si comporta in una certa maniera perché si vuole raggiungere un qualche risultato. Le ragioni, o gli scopi, che appaiono dirigere il comportamento, sono quindi i motivi, mentre i risultati che il comportamento sembra diretto a raggiungere sono gli obiettivi. Questa idea della motivazione è tuttavia tanto semplice e lineare quanto incompleta e fuorviante .

Nel caso della motivazione al lavoro, si tratta di analizzare la moltitudine di fattori, non esclusivamente interni alla persona, in grado di far comprendere le dinamiche insite nel dispiegamento delle energie psicofisiche nell’attività professionale, ma anche nell’intensità e persistenza di questo investimento di risorse.

La conoscenza della struttura motivazionale degli individui e dei relativi meccanismi comportamentali è indispensabile per una gestione consapevole del sistema organizzativo aziendale.
Va quindi indagato il processo attraverso il quale l’individuo canalizza l’energia verso il raggiungimento di un “metaincentivo”, ossia di un incentivo strumentale al soddisfacimento di determinati bisogni.
Etimologicamente il termine “motivazione” (dal latino motus) indica un movimento, quindi il dirigersi di un soggetto verso un oggetto desiderato, verso uno scopo: la dinamica del desiderio implica una spinta, che può essere interpretata come bisogno o pulsione da soddisfare, oppure in un senso più profondo, come tensione sostenuta da aspettative, obiettivi, emozioni.
Tale tensione appare da un lato connessa alle modalità per cui un soggetto decide che cosa per lui ha senso e che cosa non lo ha, dall’altro è legata alle attribuzioni di valore dominanti in un determinato contesto (gruppo, famiglia, comunità scolastica, lavoro, istituzioni, ambiente socio-culturale). 

Già dalla definizione che si ricava da una prospettiva etimologica emerge la complessità teorica del problema della motivazione. Essa si può definire in via preliminare come un costrutto multifattoriale, poiché entrano infatti in gioco diversi aspetti, interrelati ed interagenti tra loro: aspetti emotivi, cognitivi, biologici, psicologici, contestuali, sistemico-relazionali, etc.
Tra le varie componenti, come è facile intuire, si istituiscono relazioni circolari, tanto che non è facile isolare un aspetto dall’altro: per l’analisi del problema, dunque, si ritiene opportuno utilizzare un’ottica multi e trans-disciplinare, in modo da cogliere l’intero fenomeno nella sua complessità. 

Esistono differenti modellistiche motivazionali, che risentono dell’influenza di diversi orientamenti. Gli elementi teorici sull’argomento vengono pertanto presi minuziosamente in esame e con essi le principali teorie di gestione delle risorse umane e di psicologia del lavoro, di cui vengono tratteggiate nel testo le linee essenziali.
Ognuna di queste teorie va presa nella dovuta considerazione, in quanto coglie degli aspetti inevitabilmente parziali, ma anche complementari agli altri, nel determinare i tratti dell’elemento chiave che costituisce oggi l’obiettivo di ogni responsabile di gestione: la motivazione del personale.

La riflessione teorica su ciò che spinge all’azione nei contesti organizzati ha origine profonda. La dottrina dominante, già dai tempi di Platone e Aristotele fino a tutto il Medio Evo, e probabilmente ancora oggi riletta in chiave moderna, asserisce che il soggetto controlla il comportamento, e che gli esseri umani sono liberi di scegliere che cosa fare. Benché le decisioni possano essere influenzate da stimoli esterni e da bisogni e desideri interni, le azioni sono controllate dalla ragione. La filosofia edonistica, inoltre, ci dice che la finalità di tali azioni è la ricerca di stati che procurano piacere e soddisfazione . Questa concezione è nota come dottrina del libero arbitrio e può farsi rientrare all’interno dei modelli intellettualistici in cui la motivazione viene vista come “tendenza dominante” della soggettività cosciente, ossia come libera volontà.

Tuttavia sia la teoria del piacere, sia la massimizzazione del profitto in ambito economico, concezioni cardine della teoria d’impresa, non danno ragione del perché, a parità di condizioni, una persona sia portata ad agire ed un’altra a rinunciare. Già al tempo di Platone, infatti, vi erano persone contrarie all’idea del libero arbitrio. Il filosofo greco

Democrito sosteneva ad esempio che “in natura tutti gli eventi risultano da concatenazioni inflessibili e che, se si conoscessero tutte le leggi di causa ed effetto, sarebbe possibile predire il comportamento della gente non meno che i moti degli oggetti inanimati”.
Un siffatto orientamento è noto col nome di Determinismo ed ebbe un profonda sperimentazione scientifica con l’Origine della specie di Charles Darwin.
Secondo Darwin se gli esseri umani e gli animali hanno la stessa origine da un punto di vista genetico e sono perciò strettamente connessi biologicamente, sembra ragionevole assumere che il comportamento umano, al pari del comportamento animale, è soggetto alle stesse leggi di causa ed effetto.
Tale linea di pensiero, inquadrabile fra i modelli biologici, in definitiva relega la motivazione ad un semplice “stato organico di bisogno” che tende al ristabilimento dell'omeòstasi  di base, col conseguente arresto della stimolazione. Quindi il processo motivazionale che porta l’individuo ad agire originerebbe da uno stato interiore di non equilibrio. Questo stato deriva dalla consapevolezza di dover soddisfare un bisogno, segnalata da manifestazioni di tensione o attesa.
Ne consegue l’attivazione di comportamenti e mezzi idonei a soddisfare il bisogno. Quest’ultimo, se pienamente soddisfatto ristabilirà uno stato di equilibrio, altrimenti permarranno stati di tensione residui.

In un’altra direzione vanno i modelli psico-socio-antropologici, di ispirazione positivista, secondo i quali la motivazione è il risultato della azione di matrice culturale e sociale, intesa come insieme di reazioni all’ambiente apprese durante l’evoluzione, all’interno di una sorta di “personalità di base”. Il comportamentista Skinner, come si vedrà, sostiene ad esempio che “una volta specificato in che modo l’ambiente determina il comportamento, si è detto tutto quel che c’è da dire sulla motivazione”. Secondo Skinner, infatti, buona parte del comportamento è controllata da politici, pubblicitari e altri manipolatori sociali, che limitano la completa realizzazione del potenziale umano.

Il concetto di motivazione che scaturisce dai modelli istintivisti sembra invece  essere quasi di derivazione cibernetica; essa, infatti, viene vista come un “istinto” di origine si umana, ma costituito da una o più forze automatiche ed inconsapevoli, intrinseche alla costituzione del soggetto, non apprese, o al massimo modificate dalle abitudini apprese (come gli “istinti ed abiti” di James, le “hormé” di McDougall, i “meccanismi innati di sganciamento” di Lorenz, fino ad arrivare ai motivi inconsci di Freud e alle scuole “oggettive” del behaviourismo americano o della riflessologia russa che addirittura eliminano il concetto stesso  di motivazione dalle loro concezioni).

Infine, i modelli psicosociali, sviluppano un concetto di motivazione come bisogno di sentirsi in sintonia col gruppo di riferimento, di dare e ricevere i diversi segnali di appartenenza. L’importanza di questi approcci deriva dall’aver introdotto, tra le altre cose, l’influenza del gruppo, dell’effetto apprendimento e la sua azione di rinforzo sulla motivazione.

Come si può notare, i diversi filoni focalizzano ognuno un aspetto diverso della problematica inerente la motivazione, proponendone differenti significati originari che poco si prestano ad una loro riaggregazione sincretica e condivisa, rimanendo inesorabilmente parziali. Sintetizzando infatti, si può affermare che la loro metodologia di analisi, poiché si è polarizzata verso uno dei due estremi (analiticità o sinteticità), ha fornito in tal modo un’interpretazione non esaustiva del fenomeno motivazione. In particolare, hanno fallito “in eccesso” quei modelli che hanno creduto di poter risolvere il problema della motivazione proponendo liste più o meno lunghe di “motivi fondamentali”, integrate con i motivi acquisiti dall’esterno, ma che non riescono a superare una classificazione di tipo puramente descrittivo; “in difetto” quelli che hanno ricondotto tutte le motivazioni allo schema semplicistico della riduzione ad un solo bisogno fisiologico, primario, capace di dare origine a tutti i motivi secondari attraverso un processo di condizionamento. Questa teoria si rifà necessariamente al concetto di riflesso condizionato, ma non si adatta nemmeno a spiegare tutte le motivazioni riscontrabili nell’animale, pertanto è impensabile che possa spiegare la ricchezza e la qualità dei motivi propriamente umani. Tale osservazione vale, per tutte le teorie così dette ”moniste” della motivazione, che cioè pongono in una sola  variabile l’origine di tutti i motivi.

In questa sede verranno invece esaminate le più rappresentative teorie della motivazione umana applicabili in ambito aziendale; da quelle chiaramente collegate ai fondamentali bisogni biologici, a quelle che sembrano specificamente  umane e molto distanti da qualunque ovvio bisogno biologico. Ognuno di questi approcci è sia espressione che prodotto del proprio tempo e prende in esame l’organizzazione da prospettive diverse che portano ad accentuare problematiche specifiche.

© Analisi dei processi di motivazione nella gestione delle risorse umane - Davide Barbagallo

 

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