LA COMUNICAZIONE NON VIOLENTA UN NUOVO APPROCCIO PER I COACH

Nel mio percorso professionale di coach ho avuto modo di apprendere diversi approcci, metodologie e teorie, riguardanti la comunicazione e la relazione con gli altri: pnl, analisi transazionale, assertività, ma nessuno di questi mi ha cambiato la vita come l’aver conosciuto e applicato l’approccio della comunicazione non violenta di Marshall B. Rosenberg.
Quando si parla di comunicazione automaticamente ci vengono in mente le nostre relazioni personali e i rapporti che agiamo quotidianamente con gli altri; il punto è che per la maggior parte dei casi non siamo consapevoli di come arriva la nostra comunicazione e di quali siano i sentimenti e gli stati d’animo che possono stimolare le nostre dichiarazioni.

Il coaching aiuta le persone a sviluppare una nuova prospettiva orientata all’utilizzo di comportamenti specifici più adeguati al contesto e al risultato che vogliamo ottenere.
L’applicazione della comunicazione non violenta nel coaching aiuta il coachee a migliorare la qualità delle sue relazioni personali e professionali.
Uno dei più importanti presupposti nella comunicazione è: “impossibile non comunicare”, lo facciamo sempre, anche senza parlare, ci attiviamo con lo sguardo, con le nostre espressioni, con il nostro atteggiamento non verbale, ma anche con la voce, i toni, la velocità, il volume. Tutti i nostri comportamenti comunicano e la sensibilità di ognuno di noi è maggiormente colpita da questi elementi (gesti, toni, voce) rispetto alle stesse parole e al loro significato. (studi di Mehrabian)
I linguaggi che adottiamo spesso sono inconsapevolmente pieni di valutazioni, giudizi, critiche nei confronti degli altri e ciò provoca risposte distorte da parte dei nostri interlocutori, anche se la nostra intenzione non è quella di creare conflitto. Non riusciamo a guardare dentro noi stessi e a dichiarare apertamente e comunicare cosa gli altri dovrebbero fare di diverso per cambiare la situazione.
Spesso, attiviamo delle lamentele nei confronti degli altri, ci poniamo come  vittime degli eventi, attribuiamo agli altri la causa dei nostri mali interni e siamo pronti a dirci impotenti ed innocenti, come se ciò che ci avviene intorno fosse agito in maniera forzata ed involontaria. Ci riempiamo  in questo caso di frasi come “devo," "non posso", "non ho scelta”.  Iniziamo a cercare “capri espiatori”,  siamo pronti a dare la colpa agli altri di come ci sentiamo.
Questo tipo di linguaggio è “cieco”, poiché non abbiamo consapevolezza né dei nostri sentimenti, né di ciò che provocano verso gli altri i nostri comportamenti giudicanti e valutativi; puntiamo il dito verso chi non la pensa come noi  e pensiamo di essere nel giusto, poiché il nostro punto di vista è l’unico che consideriamo e non esistono altre opzioni. Questo approccio aumenta i conflitti e allontana le buone relazioni.
Il passaggio dal linguaggio “cieco” al linguaggio che io definisco “generoso”, avviene quando prendiamo atto del fatto che i nostri sentimenti dipendono esclusivamente da come noi reagiamo e interpretiamo i comportamenti altrui. Siamo artefici della costruzione del nostro mondo interiore ed esteriore e utilizziamo il nostro linguaggio come fonte per generare la nostra realtà.
Le nostre credenze, che sono l’insieme delle convinzioni che abbiamo maturato  con le esperienze nel corso della nostra vita, rappresentano il filtro attraverso il quale percepiamo la realtà. La nostra percezione della realtà è sempre soggettiva, così come le nostre reazioni. Queste sono il  risultato di un processo di rielaborazione della nostra mente ma  possono essere pienamente sotto il nostro controllo, se ci alleniamo ad utilizzarle meglio.

L’approccio della comunicazione non violenta  è un buon metodo per sviluppare l’empatia e allontanare i giudizi e può essere applicato tenendo presente 4 fasi.

1-    Sviluppare l’osservazione dell’altro senza valutare,
Il filosofo indiano J. Krishnamurti una volta affermò che osservare senza giudicare è la forma più elevata di intelligenza umana. Ma per la maggior parte di noi è difficile osservare le persone ed i loro comportamenti senza mescolarvi giudizi, critiche o altre forme di analisi. Separare le osservazioni dalle valutazioni, significa osservare e cercare quei  comportamenti specifici e contestualizzati che ci provocano reazioni piacevoli o spiacevoli.
Ogni volta che si attiva una comunicazione è utile chiedersi: che cosa ha fatto l’altra persona che mi ha colpito?

2-    Riconoscere i propri sentimenti, emozioni e dichiararle
Il secondo atto da compiere per applicare un linguaggio diverso e più generoso è riconoscerci vulnerabili, cioè oltre a capire cosa ci fa reagire emotivamente anche individuare il nostro sentimento tra dicotomie semplici come piacere o dolore.
Essere vulnerabili significa esprimere apertamente come ci sentiamo quando gli altri fanno qualcosa che ci piace o non ci piace. Impariamo a riconoscere e ad esprimere l’emozione e lo stato emotivo che ci rimane dai comportamenti altrui. Significa osservare e ascoltare prima noi stessi e non giudicare gli altri per quello che hanno fatto o non fatto, detto o non detto. Partiamo dal presupposto che ogni azione è agita da una buona intenzione, è la nostra interpretazione che ci provoca sentimenti particolari.
Il linguaggio diventa l'espressione dell'interpretazione che diamo agli eventi della realtà, significa rispondere alle domande:  cosa mi provoca il comportamento osservato o le parole dette dagli altri? Tristezza, gioia, divertimento, ira.

3-    Dichiariamo di che cosa abbiamo bisogno.
I nostri sentimenti sono strettamente legati ai nostri bisogni, per cui adottando questo  nuovo tipo di linguaggio, impariamo a focalizzarci su ciò di cui avremmo bisogno che gli altri facessero di diverso per migliorare la relazione o semplicemente per farci sentire meglio.
Ogni volta che comunichiamo con l’altro dobbiamo chiederci: qual è il bisogno che vorrei che l’altro soddisfacesse?

4-    Esprimere richieste chiare e specifiche che vadano a soddisfare i nostri bisogni e a modellare i nostri sentimenti.
E’ necessario focalizzarsi ed esprimere chiaramente ciò che si vuole ottenere dal nostro interlocutore, cosa ci si aspetta che faccia l’altro per soddisfare questo bisogno emerso ed evitare di esprimerlo in senso negativo.
Per fare richieste chiare occorre chiedersi ed esprimere: cosa vorrei che facesse l’altro di diverso? cosa vorremmo chiedere all’altro in relazione a questi  bisogni?
Tanto più abbiamo chiaro cosa vogliamo in cambio, tanto più facilmente potremmo ottenerlo, allontanando così i conflitti relazionali, generati dalla formulazione frettolosa di giudizi e critiche.

Esprimere richieste ci porta dei grandi vantaggi ci rende più assertivi e ci apre possibilità, in quel momento non considerate. Fare richieste è un atto di coraggio poiché esprimiamo linguisticamente che ci manca qualcosa.
Ma evitare di farle ci porta a nasconderci dietro speculazioni e supposizioni che ci portano a grandi fraintendimenti e frustrazioni; stati di risentimento nei confronti di chi non sa rispondere adeguatamente ai nostri bisogni inespressi.
Esprimere chiaramente il nostro bisogno ci sintonizza in maniera aperta ed empatica verso l'altro interlocutore.
Richiedere qualcosa ci fa ottenere ad ogni modo una risposta di cui abbiamo necessità.
Questo approccio ci permette di essere autentici e genuini e di evitare i conflitti, di metterci in relazione con noi stessi e con gli altri e permette alla nostra naturale empatia di sbocciare.
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© MASSIMO PERCIAVALLE

Psicologo e coach accreditato international coach federation presidente di www.makeitso.it formazione e consulenza.

 

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