Emozioni: Quando si decide con il cuore
 
 L’interesse della psicologia per le emozioni si può far risalire addirittura alle origini della psicologia medesima. Già, James (1884), più di un secolo fa apriva un suo celebre trattato chiedendosi che cosa fossero le emozioni. Ancora oggi non si è trovata una risposta che metta d’accordo tutti gli studiosi. Una delle possibili cause di questa difficoltà a definire le emozioni in psicologia potrebbe essere l’enorme mole di teorie e modelli differenti proposti dagli studiosi. Per esempio, come ha osservato Kagan (2006), una delle discipline che si è incentrata di più sulle emozioni è la psicanalisi, ma questa ha generato un suo specifico vocabolario, provocando uno sbarramento a tutti coloro che non appartenevano a questa corrente. 

Una definizione, nonostante tutto, abbastanza accettata è quella di Lang (1995) che definisce l’emozione come “una vasta disposizione a rispondere che può comprendere un comportamento linguistico misurabile, azioni manifeste organizzate e un sistema fisiologico (somatico e viscerale) di supporto per tali eventi”.  

In passato, James (1884) e Lange (1885) avevano proposto che le emozioni fossero la conseguenza di una reazione fisiologica. Questa teoria, che prese il nome di Teoria Periferica di James-Lange, faceva sue alcune considerazioni di Charles Darwin (1872). Secondo Darwin alcuni comportamenti eseguiti volontariamente dai nostri antenati erano divenuti col tempo automatici. Questi comportamenti, vantaggiosi per la sopravvivenza della specie, erano stati trasmessi per via ereditaria fino ad arrivare ai giorni nostri. 

La Teoria di Lange-James rappresentava l’esatto contrario della concezione allora più in voga, sostenuta tra gli altri da Wundt, secondo cui le emozioni sono la causa delle reazioni fisiologiche e non l’effetto. Tuttavia non passò molto tempo perché tale teoria si affermasse.
Ci vollero gli studi di due fisiologi inglesi, Cannon (1927) e Bard (1929), che potevano avvalersi di tecniche e conoscenze ai tempi di James e Lange non ancora disponibili, perché venisse dimostrata l’infondatezza di tale teoria. Cannon (1927), in particolare, dimostrò che la separazione dei visceri dalla corteccia cerebrale tramite resezione midollare non impediva che si manifestassero emozioni nel gatto.  Secondo Cannon e Bard, dunque,  l’attivazione dei meccanismi responsabili delle reazioni emotive comportamentali e l’attivazione dei centri corticali superiori, responsabili dell’attività cosciente, erano mediati dai centro talamo-ipotalamici. In altre parole, la valutazione cognitiva, in inglese appraisal, ha un ruolo fondamentale nel mediare tra l’emozione e l’attivazione fisiologica. 

Schacter e Singer (1962) portarono ulteriore supporto alla Teoria Centrale di Cannon-Bard dimostrando il ruolo chiave dell’interpretazione cognitiva nel determinare l’emozione elicitata.
In un esperimento somministravano ai loro partecipanti una dose di adrenalina, dicendo loro che si trattava di una vitamina speciale e che si volevano valutare le sue capacità benefiche sulla vista. Si diceva inoltre che perché la vitamina facesse effetto occorreva aspettare un tempo di 20 minuti. Dunque ai partecipanti veniva chiesto di accomodarsi in sala d’attesa. Mentre i soggetti attendevano la seconda parte dell’esperimento entrava un altro partecipante il quale per alcuni appariva manifestamente euforico, per altri invece piuttosto arrabbiato. I partecipanti informati dei possibili effetti collaterali della finta vitamina erano meno propensi a conformarsi all’attività di questo partecipante. L’adrenalina è un neurotrasmettitore associato ad un aumento del battito cardiaco, dilatazione dei bronchioli ed altre reazioni fisiologiche tipiche di un emozione forte. A differenza di quanto postulato dalla Teoria Periferica di James-Lange la sola reazione fisiologica associata alla somministrazione di questa sostanza non era sufficiente perché fosse elicitata un emozione. Inoltre, come sostenuto da Cannon e Bard, l’interpretazione cognitiva del contesto aveva un ruolo fondamentale nel determinare il tipo di reazione emotiva sperimentata dai partecipanti. 

Più recentemente, Siemer, Mauss e Gross (2007) hanno dimostrato in uno studio che l’appraisal è condizione sufficiente e necessaria per determinare differenti emozioni. A differenza di Schacter e Singer (1962), Siemer e colleghi hanno usato una tecnica d’induzione dell’emozione standardizzata per tutti i partecipanti. Nel loro esperimento i partecipanti vedevano un film neutro di 5 minuti e subito dopo dovevano eseguire una prova che consisteva in 3 ripetizioni. Al termine di questa prova i soggetti ricevevano un feedback sociale negativo da parte dello sperimentatore che diceva loro che dovevano ripetere il compito. La particolarità è che i partecipanti sentivano la voce dello sperimentatore attraverso un citofono e questa era stata registrata in precedenza in modo che risultasse uguale per tutti. Come si aspettavano Siemer e colleghi, i partecipanti rispondevano alla stessa situazione con emozioni anche molto differenti tra di loro. Dunque, sembrerebbe che la differente interpretazione data ad una stessa situazione possa indurre persone diverse ad avere reazioni emotive differenti. 

Già a partire dagli anni ’60, l’appraisal è stato incorporato come antecedente fondamentale delle reazioni emotive in molte teorie cognitive. Magda Arnold (1961) è stata la prima a proporre una teoria che prendesse in considerazione l’appraisal come antecedente fondamentale della reazione emotiva. In particolare la Arnold ha proposto che l’interpretazione di una situazione sia istantanea, diretta e non intenzionale e sarebbe strettamente connessa alla tendenza all’azione, percepita come un emozione.   Lazarus (1991a, 1999) ha proposto una teoria secondo la quale il significato, costruito al di fuori di una relazione in corso tra la persona e l’ambiente, e l’obiettivo che crea un coinvolgimento emotivo in quella situazione, sono fondamentali perché un emozione sia elicitata. Lazarus (1991b) ha proposto anche che esistano due tipi diversi di appraisal: un appraisal primario e un appraisal secondario.

  • L’appraisal primario interviene quando è avvenuto qualcosa di rilevante per il benessere della persona.
  • L’appraisal secondario invece è strettamente connesso con una valutazione delle strategie di coping a disposizione per far fronte  al problema.

Queste due tipologie di valutazione cognitiva sono allo stesso tempo distinte e connesse e variano in continuazione in funzione dei feedback derivanti dall’ambiente in cui ci si imbatte in conseguenza del fatto che questo stesso è in continuo mutamento. Lazarus (1991b), per enfatizzare la circolarità di questo processo ha proposto anche un terzo tipo di valutazione cognitiva: il reappraisal. Questo tipo di appraisal, infatti, non è altro che la reinterpretazione del cambiamento della relazione persona-ambiente in funzione degli altri altri due tipi di appraisal. 

Un alternativa fenomenologica alla Teoria di Lazarus è stata proposta da Nico Frijda (1986), per il quale il processo emotivo che porta da un evento stimolo ad una risposta manifesta coincide con un processo di elaborazione dell’informazione che attraversa un percorso di sette fasi.

La prima fase, detta analizzatore coincide una codifica e rilevazione dell’informazione derivante dall’evento stimolo. Se è possibile questa codifica avviene in termine di eventi noti e nei termini di ciò che l’evento può implicare per quanto riguarda la sua causa o il suo effetto.

  • A questa fase, segue il comparatore in cui si ha un primo appraisal che coincide con una valutazione della rilevanza dell’evento stimolo. Questa valutazione avviene in funzione di quelli che sono gli interessi (concerns) del soggetto.

Nella terza fase, detta diagnosticatore si ha un secondo appraisal che coincide con una valutazione del contesto che ha la funzione di fornire una diagnosi di quelle che sono le possibili strategie di coping. 

Segue dunque il valutatore che, in base a quanto emerso nelle prime tre fasi, fornisce una valutazione dell’urgenza, dell’emergenza e della difficoltà della situazione.

Dunque, il suggeritore d’azione in base all’informazione prodotta genera una preparazione all’azione, che preme per avere il controllo o se ne appropria.

Seguono, più o meno in maniera parallela, le fasi del generatore del cambiamento fisiologico, che predispone all’azione suggerita precedentemente, e dell’attore, che coincide con la selezione di un azione manifesta o cognitiva.

Nel modello proposto da Frijda (1986) ogni fase del processo centrale, prima di sfociare nella successiva, è influenzata da input diversi dall’evento stimolo e da un processo di regolazione dell’emozione.
Come Arnold (1960), Lazarus (1991a) e Frijda (1986) anche molti altri studiosi hanno proposto teorie che si basano sull’assunto fondamentale che la valutazione cognitiva sia condizione necessaria e sufficiente perché un'emozione sia elicitata. Tuttavia, la ricerca ha messo in serio dubbio questo assunto.  
Robert Zajonc (1968, 1980) è stato uno dei primi a dimostrare che le reazioni emotive possono essere elicitate anche senza un estensivo coinvolgimento dell’attività cognitiva e percettiva. Ad esempio, Zajonc ha dimostrato che l’ordine in cui vengono presentate delle parole senza senso oppure degli ideogrammi cinesi di cui non si conosce il significato è sufficiente ad influenzarne la preferenza. Infatti, nei suoi esperimenti le parole viste per prime dai partecipanti erano anche quelle valutate più positivamente. La cosa più sorprendente è che questo effetto, chiamato da Zajonc effetto attitudinale di mera esposizione, si verifica anche quando vengono usati degli stimoli subliminali (Zajonc, 1980).  I risultati di Zajonc (1968, 1980) suggeriscono non solo che l’emozione possa essere indipendente dall’appraisal ma addirittura che possa precederlo. Andando oltre, Zajonc (1980) ha proposto che pensiero e sentimento possano essere due sistemi
distinti.

Le scoperte del neurologo Joseph Le Doux (1996) hanno confermato quest’ipotesi. In particolare, Le Doux ha scoperto che nel meccanismo che porta all’apprendimento della paura esistono due vie neurali. Una via “alta”, più lenta, che dal talamo va alla corteccia, sede dell’elaborazione cognitiva, prima di andare all’amigdala. Una via “bassa”, più veloce, che va direttamente dal talamo all’amigdala. Questi dati forniscono un’ulteriore controprova del fatto che la cognizione sia un antecedente necessario per l’emozione.
Del resto, già il premio nobel alla medicina Hess (1957) aveva dimostrato che è sufficiente la diretta stimolazione del tessuto cerebrale perché siano elicitate delle emozioni.
Proprio studi come questi hanno portato Carrol Izard (1993) a proporre un modello alternativo alle teorie della valutazione cognitiva. Questo modello propone che esistano quattro diversi sistemi di attivazione dell’emozione che sono di tipo cognitivo, neurale, sensomotorio e motivazionale. Queste quattro componenti sarebbero tra loro indipendenti ma allo stesso tempo continuamente operative e in interazione tra loro al fine di far si che vengano mantenuti i nostri tratti di personalità oppure che venga elicitata una nuova emozione adeguata alle informazioni derivanti dall’ambiente. Izard ha anche proposto che i processi neurali siano presenti in tutti i processi di attivazione delle reazioni emotive e in alcuni casi possano anche agire in maniera indipendente. 

 

 

Intelligenza emotiva e altruismo: effetto di ripetuti successi ed insuccessi nel comportamento d’aiuto -  © Andrea Righi

 

 

 

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